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L’uso di un termine piuttosto che di un altro comporta una modificazione nel pensiero e nell’atteggiamento di chi lo pronuncia e, quindi, di chi lo ascolta. La parola(…) è un’azione vera e propria”

  1. Sabatini “ Il sessismo nella lingua italiana”

Le parole costruiscono talmente tanto la realtà che, lo sanno bene i pubblicitari al servizio delle grandi multinazionali dell’alimentazione (infantile e non), è importante sceglierle con la dovuta cura perché arrivino dritte allo scopo.

Cosa c’entra tutto questo con l’allattamento?

Ebbene, facciamo un passo indietro ricollegandoci al linguaggio della pubblicità dei sostituti del latte materno.

Qualche anno fa, esattamente nel 2011, il tema della Settimana Mondiale dell’allattamento (SAM)  è stato dedicato all’importanza del linguaggio perché il modo, il come le informazioni sono trasmesse può diventare la parte debole della catena del sostegno dell’allattamento; questo vuol dire che a volte , pur avendo a disposizione le informazioni più corrette e aggiornate sull’allattamento, il messaggio fatica a passare o ad essere incisivo perché, in totale buona fede, si usano parole correnti, che, non lo sappiamo, ma sono mutuate dal linguaggio del biberon.

La SAM quell’anno, quindi, puntò tutto sul come parlare di allattamento (Campagna Bada a come parli e a come scrivi e si è rivolta giornalisti, opinion leader, educatori e a qualsiasi altra figura si occupi di perinatale) .

In quella occasione è stato elaborato un documento ricco di informazioni da più punti di vista che è una sorta di linea di indirizzo per giornalisti e formatori sulle parole da scegliere per cambiare questa cultura che punta sul biberon accostandolo a valori come l’indipendenza , l’emancipazione, e, paradossalmente, persino la naturalità ( pensiamo alle tante immagini che designano il mondo del neonato rappresentato con un biberon o con un succhiotto, tanto per fare un piccolo esempio).

La campagna si è concentrata su aggettivi quali “migliore”, ” giusto”, “naturale”, “ottimale”, aggettivi spesso accostati alla descrizione dell’allattamento ma che solo apparentemente hanno lo scopo di incentivare a farlo. “ L’allattamento è l’ideale, nei casi ove ciò non sia possibile, questa acqua minerale è indicata per la preparazione degli alimenti dei neonati “, recitano le didascalie nell’etichetta di alcune acque; ma possiamo trovare questa stessa dicitura in tanti altri contesti, dalla rivista specializzata fino all’etichetta che accompagna le istruzioni del latte di formula. Se allattare è ideale, offrire un biberon è normale. Quindi le mamme che allattano sono super eroine. Questo è il messaggio insito in questo genere di comunicazione.

Le società scientifiche internazionali più accreditate assieme a tutte le organizzazioni che si occupano di sostenere la cultura dell’allattamento hanno riconosciuto che è il momento di cambiare anche le parole, di usarne di nuove per rendere più efficace e descrivere nella sua realtà il mondo dell’allattamento.

Usare un linguaggio idoneo a questo aspetto della vita di madre e bambino nella pratica si traduce nel fotografare in modo scientifico la realtà ovvero che il latte destinato al cucciolo d’uomo è quello della sua mamma; beh, ma questo è ovvio, no?

Ovvio certamente ma non scontato nelle parole che scegliamo per raccontarlo perché se così fosse, non avremmo alcun problema a dire che allattare è la norma biologica.

E se allattare (direttamente al seno o con il latte di mamma) è la norma biologica, tutto ciò che questo non è si scosta dalla norma. Come appare ora? Forse meno scontato di quello che ci saremmo aspettati perché sono le parole che ancora si fa fatica a dire.

Dunque l’allattamento è la norma biologica rispetto cui confrontare tutto il resto

produzione. Inoltre da tessuto connettivo, adiposo, nervoso, la rete linfatica, tutti con funzioni specifiche ma interconnesse. 

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Sapendo questo, come possiamo pensare che una mammella possa mai essere “vuota”?

Eppure da questa “piccola” e corrente, apparentemente insignificante inesattezza linguistica deriva tutta una serie di miti sulla gestione dell’allattamento ancora duri a morire e e che chi si occupa di fare informazione e sostegno all’allattamento fatica a smontare; ad esempio:

MITO 1 : offrire una mammella per ogni poppata (idea del seno come contenitore)

REALTA’ 1 : se il seno non è un contenitore ma una centrale di produzione, il latte sarà prodotto ogni volta che è stimolato con la suzione diretta del bambino o con l’estrazione sia manuale che con il tiralatte. E’ completamente infondato tenere una mammella “di scorta” perché “non si sa mai”. Anzi, questo rischia di far mancare al bambino la quantità di latte per il suo bisogno e di abbassare la produzione di latte nelle poppate successive.  Correttamente, si lascia il bambino finire da un lato e poi si offre anche l’altro: se ha ancora bisogno di allattare si attaccherà altrimenti avrà terminato la poppata (realtà del seno come centrale di produzione)

MITO 2 : Bisogna dare tempo al latte di riformarsi ( idea del seno come contenitore)

REALTA’2: Come visto sopra, il latte si “forma” in continuazione, il seno non si riposa mai! Ed è prodotto in base alla richiesta e alle esigenze specifiche del bambino, anche di crescita. Tenere degli orari, nella convinzione che il latte si riformi, espone a rischio di ingorghi e di scarsa produzione di latte, perché il seno cesserà di produrre il latte che il bambino non consuma. Non ha senso aspettare di sentire il seno turgido, duro per allattare: quell’attesa può essere addirittura deleteria (realtà del seno come centrale di produzione)

E ora proviamo a pensare con quali altre parole possiamo cambiare, nel nostro linguaggio corrente, espressioni come vuoto oppure pieno. Forse con morbido/ soffice o viceversa turgido/ indurito/ dolente al tatto/ gonfio? Quante altre parole, immagini possiamo pensare e dire evitando il paragone con un contenitore?

Un altro esempio riguarda tutta l’attenzione che viene data alla forma del capezzolo. Nei gruppi di mamme dedicati all’informazione prenatale sull’allattamento spesso capita la domanda “ Ho i capezzoli piatti, ce la farò ad allattare?”.

Questo è, nella realtà, quello che succede quando l’attacco del bambino è efficace:

 

A cosa serve il capezzolo? E’ una sorta di punto di riferimento. Ma, come possiamo ben vedere, il bambino non si attacca al capezzolo; piuttosto si “aggancia” e tiene in bocca una buona parte di areola e di tessuto mammario (quindi anche il capezzolo) fino a riempirla completamente.

Eppure troviamo in vendita estrusori oppure modellatori di capezzolo per la “preparazione del seno” e ancora troppo spesso ci troviamo a dover spiegare che nessun seno sarà mai uguale all’altro tra donne e nemmeno tra una mammella e l’altra nella stessa persona. 

Salvo che in casi particolari, puntare l’attenzione sulla forma e sull’estrusione del capezzolo è come dire che una persona ha gli occhi verdi e l’altra castani: sono caratteristiche fisiche fisiologiche. Se il bambino si attacca in modo efficace, non è importante.

Eppure come si rappresenta iconograficamente il capezzolo di una donna che allatta anche solo per descriverne l’anatomia nella maggior parte dei casi? Così! 

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Non ci ricorda qualcosa?

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E, anche solo come immagine (che materializza un modello), non instilla il dubbio che quanto meno alla minima difficoltà di attacco sia necessario che il capezzolo abbia LA forma perfetta?

E se il ricorso al paracapezzolo , troppo spesso suggerito “per far attaccare il bambino al seno”, sia dovuto anche a questa idea, dura a morire, della forma perfetta, dimenticando il resto (La fisiologia dell’attacco, l’importanza dell’agevolare i naturali istinti e riflessi del neonato con posizioni che non ostacolino la fisiologia)?

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E quindi, ancora una volta, come cambiamo il linguaggio che usiamo per descrivere la varietà delle mammelle e anche la loro rappresentazione grafica e fotografica?

Proseguendo ancora con gli esempi

Espressioni quali “poco latte” o “troppo latte” che alludono a una quantità. Rispetto a cosa? Rispetto a una quantità prestabilita dalle tabelle in uso per l’alimentazione artificiale?

Rispetto al volume fisico? Rispetto all’accrescimento del bambino?

E, ammesso ma non concesso che si debba quantificare, come ce la mettiamo col colostro?

E ancora altri esempi

E’ attaccato bene /ha un attacco scorretto/ errato ha una posizione sbagliata/ si nutre a sufficienza

Queste sono solo alcune perplessità che però evidenziano come un linguaggio a volte approssimativo e legato a paragoni o giudizi, oltre a demotivare una madre in difficoltà non fornisce alcuna indicazione concreta sul come fare per porre rimedio proprio a un’eventuale difficoltà. Quindi, non sostiene l’allattamento in modo concreto.

Perché non impegnarsi a trovare parole che descrivano invece ciò che realmente sta accadendo?

-       il bambino succhia secondo i propri bisogni (non “troppo”)

-       Il bambino succhia il colostro (non “poche gocce di latte”)

-       Spesso e volentieri la madre produce latte più che in abbondanza ma il bambino, per una qualche difficoltà, non riesce ad assumerlo per soddisfare i suoi bisogni ( non “ produci poco latte”)

-       Il bambino ha difficoltà a gestire il flusso del latte (non “hai troppo latte”)

-       Il bambino è allattato a richiesta/a domanda (e non “sta sempre attaccato al seno”)

-       La mamma si orienta grazie ai segnali precoci di fame, il pianto è un segno di stress forte per il bambino (non “lo allatta ancora prima che lo chieda”)

-       Allattare è la prima forma di educazione all’alimentazione: quando il bambino sente che il suo stomaco è pieno, smette di succhiare senza proseguire oltre. In questo modo non si sovralimenta e impara ad ascoltarsi ( non “ avrai abbastanza latte visto che si attacca così spesso”?).

Si può continuare all’infinito, focalizzando l’attenzione su ciò che siamo abituati a dire tutti i giorni.
Le parole sono parte integrante delle informazioni che si danno.

Non come ultima cosa, anche l’OMS, riformulando tutte le definizioni dei vari tipi di alimentazione infantile, distingue tra

ALLATTAMENTO ( di cui non raccomanda più la specifica di “al seno” oppure “materno” ad indicare che quando si parla di allattamento si intende indistintamente quello) e ALIMENTAZIONE ARTIFICIALE (con sostituti del latte materno perciò formula) e ALIMENTAZIONE COMPLEMENTARE (introduzione di solidi).  Quando ci si discosta dalla norma si parla di alimentazione e non più di allattamento.

Perciò chi fa educazione perinatale corretta e secondo raccomandazioni ed evidenze, non dirà mai più, per esempio “allattamento misto” oppure “allattamento artificiale”.

Questi “nuovi” strumenti linguistici non sono diretti ad influenzare una scelta (quella di allattare) come potrebbe obiettare qualcuno ma ristabiliscono una modalità di approccio all’allattamento estremamente concreta, legata alla descrizione del reale e scientificamente rigorosa.

 E, non ultimo questo modo di comunicare parte dal presupposto che i destinatari dell’informazione siano persone dotate di intelletto e di capacità di discernimento e che quindi i suoi contenuti vanno trasmessi in modo chiaro e senza barare.

Altri tipi di linguaggio, altro genere di comunicazione- fatta di luci soffuse, bimbi paffuti e stereotipi o quella che, per affermarsi, magnifica le doti di alimenti studiati a tavolino, precisi-nella-nutrizione usando giochi di parole per descrivere gli ingredienti, seppure ottegano lo scopo di vendere un prodotto idoneo all’alimentazione, non la dicono completa: e cioè che anche il più magnifico dei prodotti non potrà eguagliare il latte di mamma perché solo questo, e lo è da milioni di anni, è quello che è destinato alla crescita e alla salute del cucciolo d’uomo, da zero mesi in poi, fino a quando mamma e bambino lo desiderano.

Che si provi a dire il contrario. Ma che lo si dica con le parole adatte.



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